Venticinque Aprile, un anno fa.
Venticinque Aprile.
Duemilaotto.
Si manifesta in tanti, forse più del solito, ma senza allegria.
I volti sono preoccupati, tesi, c'è una strana energia nell'aria.
Tra pochi giorni si torna al voto in Città, con la sconfitta delle politiche come uno schiaffo in pieno viso.
Che brucia, e che ancora si vede il segno.
Roma, la mia casa e la mia gente.
Roma, e la sua medaglia d'oro.
Roma, quella dei rastrellamenti.
Roma, dove un giorno viveva e morì Giacomo Matteotti.
Incontro in corteo un compagno della sinistra arcobaleno.
Mi tranquillizza e mi dice che no, che loro ci sono tutti e che Alemanno non passerà.
Sulla Piazza del Campidogio rimaniamo in pochi ad ascoltare attenti partigiani e testimoni del ventennio.
Ci guardiamo tra noi, in cerca di sguardi tranquillizanti o silenzi di rassicurazione, che non troviamo.
Siamo fiaccati e delusi.
La campagna è stata una grande illusione.
C'è anche Walter, anche lui stanco.
Ci abbracciamo con affetto, ma non ho il coraggio di dirgli niente.
Torno a casa e mi attacco al telefono.
Per dire a tutti di non dimenticare, di tornare a votare.
Per difendere la nostra storia e la nostra memoria.
Quella dei nostri padri, e dei figli che abbiamo o che verranno.
Per non doverci mai svegliare un giorno credendo di essere finiti in un luogo altro.
Per non ascoltare i fascisti e i loro amici parlarci di libertà.
25.04.2009. 17:55
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