Congresso PD: il mio contributo al dibattito
Qui di seguito un testo che riprende il mio intervento al Congresso PD del circolo Mazzini. Vuole essere un contributo al dibattito in corso nei congressi e in vista del voto per le primarie del 25 Ottobre.
E’ il mio primo Congresso.
Ho preso la prima tessera di partito della vita dopo la sconfitta abruzzese alle regionali del 2008: la tessera del PD.
Giorni difficili per tutti, almeno credo.
Molti non avevano ancora la tessera, altri minacciavano di non farla.
Io avevo solo voglia e bisogno di reagire all’ennesimo schiaffone elettorale.
Mi è sembrato il modo migliore.
Un segnale da mandare a sè stessi, per affermare che il PD era
“ altro da quello “, e doveva e poteva continuare ad esistere. Sopravvivere.
E oggi sono contento. Perché il partito è vivo e questa fase congrssuale è un esperienza di democrazia straordinaria alla quale vedo partecipare con entusiasmo tanti militanti. E ne parteciperanno tanti altri ancora alle primarie.
Ma soprattutto un elemento essenziale di qualsiasi partito che meriti la definizione di democratico.
Perchè senza Congresso qualsiasi contrasto diventa personale, e non politico nell’interesse del partito.
E se il contrasto è di tipo personale non è e non può essere interessante, né utile.
Il personalismo, ma sarebbe meglio dire
“ I “ personalismi, hanno già dimostrato appieno i loro effetti negativi. Uno dei grandi errori che ci hanno portato alla situazione attuale, forse il più grande.
Una situazione drammatica. Perché se è vero che non c’è stato un crollo del consenso è indubbio che nell’ultima tornata elettorale europea e amministrativa la sconfitta è stata gravissima. Con la perdita di molti milioni di voti che erano convintamente nostri. E che ora dobbiamo recuperare.
Una nuova partenza, questo serve e per questo siamo qui. Sperando di fare tesoro degli errori del passato, ma anche delle tante cose buone che vengono dal mescolamento delle nostre diverse tradizioni politiche.
Io non vengo dal partito. Faccio politica nelle istituzioni locali. E, sempre, ho dovuto farla assieme alle altre forze politiche. Una politica fatta di presenza, prossimità. Quella che mi raccontava mio padre il partito faceva una volta, quando era vicino ai bisogni del popolo. Ed effettivamente in grado di supportare innanzitutto i cittadini. Oltre che i suoi amministratori ed eletti che vivono il difficile compito di rappresentarli al meglio nell’interesse generale.
Questo è un elemento che non c’è stato nei primi due anni di vita del PD, e di cui ora c’è assoluto bisogno. E ora siamo in una fase in cui non sarebbe utile trovare le colpe specifiche. Le responsabilità di questo o quel dirigente politico sono chiare ad ognuno di noi. Ognuno secondo il suo libero convincimento.
Ma c’è bisogno del partito, ora.
E questa deve essere la fase di costruzione e reale costituzione. Non di distruzione come è stato finora.. E sono certo che si poteva fare molto e di più per evitare tutto questo. Perché ora è chiaro che avevamo una grande potenzialità di sviluppo nel paese e sui territori che abbiamo saputo cogliere, ma non conservare.
Lo credo perché ho parlato con tanti dei nostri elettori. E con alcuni dei nostri iscritti. Loro non si sentono diversi, né contrapposti. Si sentono di sinistra, o semplicemente non si riconoscono in questo governo.
Ho parlato con loro di questo Congresso e delle primarie, e ho cercato di capire cosa effettivamente si aspettassero e si aspettino dal PD. Il loro punto di vista è chiaro: vedono un partito debole, molto conflittuale al suo interno, poco efficace nell’opposizione parlamentare. Emerge forte invece il bisogno di un partito autorevole, presente, radicato sul territorio, vicino. Ma soprattutto di sinistra.
E la cosa che mi ha fatto più male - aldilà dei tre candidati che vanno ringraziati perché presentano delle mozioni congressuali che sono e saranno il patrimonio culturale da portare a sintesi e valorizzare nel prossimo futuro - è stato rivolgersi a chi fino a poco tempo fa non solo credeva ma si spendeva con entusiasmo per il partito, che fosse o meno iscritto. E’ stato un dolore sentirli dire : “ non mi parlare del congresso del PD né di Bersani Franceschini o Marino. Perché io non mi sento più rappresentato dal PD “.
Su questo noi dobbiamo agire.
Insieme.
Perché il PD è e resta il futuro di questo paese. Anche se per molti di noi sembra esserci stata - sensazione che ho condiviso con molti - una deriva correntizia verso una politica fatta schierandosi unicamente in base ad un appartenenza passata. O all’identificazione in uno dei tanti leader.
L’esatto contrario di ciò che dovrebbe essere la politica. La scelta di una proposta e di una strategia dopo una seria e approfondita discussione che poi ritrova tutti uniti verso l’obiettivo.
E non dimentichiamo in primo luogo che congressi e primarie devono restituirci un partito rafforzato e unito, capace di confermare il Lazio tra pochi mesi e di aprire un nuovo ciclo riformista di lungo periodo per il governo nazionale nel prossimo futuro.
Le primarie.
Io sono felice di essere in un partito che utilizza questo sistema. Le ritengo fondamentali, perché senza le primarie non c’è il Partito Democratico. E le considero il DNA della viva e reale democrazia che vige all’interno del nostro partito.
Ma bisogna stare attenti.
Non bisogna considerarle come una sorta di
“unzione religiosa” per il leader. Devono invece essere semplicemente lo strumento per il conferimento di un incarico.
Attenzione: non l’incarico a contrapporsi all’altro leader, ma quello a rappresentare altro, nel caso specifico quella che io considero la parte migliore del nostro paese.
Utilizzare le primarie per andare sul terreno della destra
- capo carismatico contro altro capo carismatico – è stato un altro dei grandi errori del passato. Un errore da non ripetere oggi. Altrimenti saremo sempre sconfitti.
Allora le primarie del 25 ottobre dovranno servire anche a questo: a ri-affermare il concetto di Partito Democratico come presidio contro il leaderismo e il populismo di cui la destra sta impregnando l’intera società e al quale noi dobbiamo contrapporre un modello differente.
Un modello nuovo, ma che riaffermi quel giusto percorso
cittadini- rappresentanti- istituzioni, che è l’impianto stesso della nostro sistema democratico.
D’altronde io credo che anche Berlusconi stia finendo il suo ciclo politico e che, quando questo leader passerà, resteranno sempre gli organi costituzionali, il Parlamento, le istituzioni, i partiti.
A lui e al suo modello leaderistico noi dobbiamo contrapporre proprio quel percorso, che sembra essersi perso da più di un decennio e che invece bisogna riaffermare come elemento di innovazione nella tradizione, che è cosa ben diversa dal nuovismo.
E’ quindi il tempo di chiudere definitivamente la fase del
con chi stai per aprire quella del
chi siamo,
che cosa vogliamo, a livello nazionale e locale.
Nel voto locale la vocazione maggioritaria non sarà neppure all’ordine del giorno, perché nessuno pensa di poter fare a meno della coalizione. La vocazione maggioritaria è valsa solo per le elezioni politiche del 2008 che si svolgevano mentre, contemporaneamente, in quelle comunali si riaffermava l’assoluta necessità delle alleanze tradizionali.
Una contraddizione che ha dato l’idea di come il Partito Democratico sia stato inadeguato per rispondere alla crisi della politica in Italia. Finora, pur nella bontà dell’operazione, non è stato lo strumento giusto per rispondere a questa crisi che è evidente a tutti.
E allora cosa sperare? Solo, citando un vecchio congresso dei DS, che questa fase finisca prestissimo e finalmente.
Era un tempo in cui si disse che ci si era messi delle magliette. Io potrei non saperlo bene - perché arrivato dopo - ma quelle magliette qualcuno probabilmente non se le è mai levate di dosso. Ed è necessario che questo avvenga definitivamente il 26 ottobre con l’elezione del nuovo Segretario del Partito Democratico.
E una volta per tutte. Perché tutti devono sentirsi a casa nel Partito Democratico. E alle idee di tutti quelli che vi si riconoscono si deve e si dovrà rispetto. Nessuno può pretendere di avere l’interpretazione autentica di cosa il PD sia o debba essere.
Io, dal mio punto di osservazione, credo che il PD come partito miglior erede della tradizione di sinistra e cattolica italiana debba innanzitutto riprendere una delle missioni storiche fallite: la riduzione del livello di disegualianza tra i cittadini.
E su questo indubbiamente dobbiamo legare l’organizzazione del partito all’organizzazione territoriale, alla presenza tra la gente, alla distribuzione delle funzioni, alla sperimentazione di nuove pratiche di partecipazione, all’apertura verso le forze sociali e di libera cittadinanza che si riconoscano in un progetto di sviluppo sociale equo e giusto.
Io credo, ed è un ragionamento che faccio in totale autonomia e libertà, che su questo
la Mozione Bersani-Mazzoli risponda meglio all’obiettivo.
Sperando che questo nuovo inizio ci riporti veramente tra i cittadini ad affermare l’idea che la sinistra italiana, e la socialdemocrazia, non sono da buttare. Cosi come ci dimostra Obama, che è il principale esponente globale del Partito Democratico, con le politiche economiche e di welfare che sta cercando di attuare.
17.10.2009. 13:18
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